Il lettino vuoto

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È vuoto il lettino sul tetto
sotto un abbaino di stelle
e riappare il volto paffuto
il tuo respiro di quiete.
È un lembo che si sfalda
come petali di primule
al soffio dello zefiro.
Così ricado nel buio
senza più manine
a carezzare l’anima.
Neve di primavera
che gocciola dalle ciglia
e sono di nuovo sola
come fui a tre anni.
Poi s’apre il battente
e riappare il sorriso
dolcezza di diamante.
– Mamma sono qui.
Ora sono io sono la bambina.

Oltre le trincee

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Restiamo mute
immobile l’aria
e la calura greve
che soffoca la sera.
Inquietanti incontri
nei passi verso casa
e l’odore del fieno
tra le parole e l’ansia.
Ancora sto appesa
al silenzio del borgo
indovinando pensieri
che non so leggerti.
Poi oltre le trincee
sopra mura di pietra
uno schizzo di luna
a ricordarci il volo.
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Come una botola

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Il male del vuoto
è un abisso nascosto
come una botola
ricoperta di verde.
Tu cammini calma
sui fili dell’erba
tutto è smeraldo
e raggi di gaiezza.
Poi un battito d’ali
e riappare un sorriso
ma è lontana la mano
e non ci sono carezze.
Un istante e precipiti
torni nel vortice
svestita del giorno
piena di mancanze.
Cerchi sibili di vita
e zampilli di ricordi
prima di risalire lenta
a rivederti, nel sole.
https://voloinfinito.wordpress.com

Lo sguardo che sbuca dalla mascherina

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In questa Pasquetta silenziosa voglio essere fra coloro che cercano di cogliere degli spiragli di luce, anche nell’oscurità di questo flagello planetario.
La spesa settimanale è ormai diventata un’impresa titanica. Erano dieci giorni che non uscivo dal guscio e sabato non potevo più esimermi. E così, per necessità e quasi per caso, ho riscoperto i negozietti del mio paesino. Il minimarket e i suoi mille prodotti distribuiti un po’ ovunque nello spazio di uno stanzino, la verduriera gentilissima e attorniata da montagne di patate alla rinfusa, la storica macelleria sempre linda come una vetrina di città: erano secoli che non ci andavo. Abito all’ingresso del borgo e per raggiungere Biella, il mio epicentro lavorativo, non mi imbatto mai nelle bottegucce, perchè stanno oltre il mio itinerario. Eppure sabato ci sono stata. Il supermercato più vicino a dove abito era gremito come sempre: file estenuanti e ravvicinate, gente corazzata al fronte, ancora più impaurita e sospettosa. Così, senza pensarci un solo istante, mi sono rivista bambina al seguito della nonna, a scegliere i pomodori e l’insalata, a tuffarmi negli occhi sorridenti della verduriera e a scoprire la cordialità schietta della mia gente. Gente di paese, gente vera, forse un po’ curiosa, ma col sorriso nello sguardo che sbuca dalla mascherina. Nei centri commerciali, enormi cattedrali vuote, ora rimbomba solo il suono del silenzio. Una tragedia immensa per il commercio e i suoi lavoratori e tempi futuri che lanciano ombre sinistre. Però, in questo panorama spettrale, possiamo ritrovare la dimensione umana, la bellezza delle piccole cose. Quelle che parevano ormai scontate, obsolete, morte. Presi come eravamo da una bulimia incontrollata, nell’inganno di poter curare i vuoti con l’illusione dell’acquisto. Un modello azzerato in un tempo velocissimo. Forse è vero che questa peste ci cambierà, e molto. Forse è vero che diventeremo più umani. Forse.